La storia

Cataldo, il vescovo venuto dall’Irlanda

SI RINGRAZIA PER IL CONTRIBUTO

Dall’Irlanda alla Terra Santa fino a Taranto e Corato. Un santo migrante che porta la buona novella in terre lontane da quella natia. Possiamo descrivere in breve così la storia di San Cataldo, vissuto, secondo la tradizione, nel settimo secolo dopo Cristo. Le fonti storiche attribuiscono la sua nascita in Irlanda, tra il 610 e il 620. Già sacerdote, divenne la nuova guida spirituale del monastero di Lismore, nel Sud Est del Paese. Ordinato vescovo di Rachau, Cataldo sentì successivamente l’esigenza di recarsi in Terra Santa. Storia e leggenda nella vita del santo si mescolano. Si narra che, quando era a Gerusalemme, ebbe un’apparizione in sogno di Gesù che gli diceva di andare a Taranto per liberarla dal paganesimo. Fu così che il vescovo sbarcò (o probabilmente naufragò) in una località poi rinominata appunto San Cataldo, non lontana oggi da Lecce. Raggiunta Taranto, il santo si rese protagonista di diverse guarigioni miracolose. Scacciò il paganesimo ricostruendo le chiese distrutte. I tarantini lo acclamavano come il loro vescovo, pur non essendolo ufficialmente. Morì l’8 marzo del 685 nella sua nuova città d’adozione e fu seppellito nella chiesa di San Giovanni in Galilea.

Ma cosa lega invece San Cataldo alla città di Corato? Bisogna andare avanti di molti secoli nel tempo, dopo la sua morte, per trovare l’incontro decisivo tra il santo irlandese e quello che era un piccolo borgo rurale di circa 4800 anime. Nel 1483, durante una terribile epidemia di peste che stava decimando Corato, un contadino, Quirico Trambotto, si recava ad arare i campi come ogni mattina, con i suoi buoi. Quel giorno, però, non fu come gli altri. A un certo punto gli apparve la figura luminosa di un santo, il vescovo Cataldo, che promise al contadino di salvare la città da peste e carestia se avessero costruito un tempio a lui dedicato nel punto in cui i buoi sarebbero caduti a terra il giorno dopo. San Cataldo lasciò a Quirico anche un mantello, dicendogli che, se toccato, gli appestati sarebbero stati guariti. Il giorno dopo i buoi caddero avverando la profezia e la peste fu scacciata via. L’episodio è raccontato dal frate vescovo Francesco Gonzaga nel volume “De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus” del 1587. Per diversi secoli, almeno dal 1300 fino al 1800, l’ordine dei francescani ha avuto un ruolo molto attivo come guida spirituale e sociale a Corato.

E così i coratini resero grazie al vescovo irlandese che li aveva salvati dalla peste e dalla carestia. Lì dove i buoi erano caduti fu costruita una piccola chiesa (oggi non più esistente) dedicata al santo. Nel 1506 venne anche costruito un convento che costituisce oggi il palazzo del Comune, chiamato non a caso anche Palazzo San Cataldo. L’edificio, in origine, accoglieva i Frati Minori Osservanti (detti Zoccolanti) che dedicarono al santo la costruzione di una chiesa più grande, adiacente il convento, in cui celebrare al meglio il culto di Cataldo (l’attuale Incoronata, risalente al 1629 circa). Sebbene la devozione verso il vescovo irlandese fosse molto diffusa in città (già nel 1657 si era deciso di onorare il santo il 10 maggio), San Cataldo diventa il protettore ufficiale di Corato solo nel 1681 con il riconoscimento da parte della Congregazione dei Riti. Con la soppressione degli ordini religiosi nel 1809, i frati lasciarono la città e il convento, poi trasformato in municipio nel 1866 mentre la chiesa di San Cataldo scomparve definitivamente. Anche l’Incoronata fu abbandonata e, di conseguenza, il culto di San Cataldo si trasferì nel duomo della chiesa Matrice.

Dall’Irlanda alla Terra Santa fino a Taranto e Corato. Un santo migrante che porta la buona novella in terre lontane da quella natia. Possiamo descrivere in breve così la storia di San Cataldo, vissuto, secondo la tradizione, nel settimo secolo dopo Cristo. Le fonti storiche attribuiscono la sua nascita in Irlanda, tra il 610 e il 620. Già sacerdote, divenne la nuova guida spirituale del monastero di Lismore, nel Sud Est del Paese. Ordinato vescovo di Rachau, Cataldo sentì successivamente l’esigenza di recarsi in Terra Santa. Storia e leggenda nella vita del santo si mescolano. Si narra che, quando era a Gerusalemme, ebbe un’apparizione in sogno di Gesù che gli diceva di andare a Taranto per liberarla dal paganesimo. Fu così che il vescovo sbarcò (o probabilmente naufragò) in una località poi rinominata appunto San Cataldo, non lontana oggi da Lecce. Raggiunta Taranto, il santo si rese protagonista di diverse guarigioni miracolose. Scacciò il paganesimo ricostruendo le chiese distrutte. I tarantini lo acclamavano come il loro vescovo, pur non essendolo ufficialmente. Morì l’8 marzo del 685 nella sua nuova città d’adozione e fu seppellito nella chiesa di San Giovanni in Galilea.

Ma cosa lega invece San Cataldo alla città di Corato? Bisogna andare avanti di molti secoli nel tempo, dopo la sua morte, per trovare l’incontro decisivo tra il santo irlandese e quello che era un piccolo borgo rurale di circa 4800 anime. Nel 1483, durante una terribile epidemia di peste che stava decimando Corato, un contadino, Quirico Trambotto, si recava ad arare i campi come ogni mattina, con i suoi buoi. Quel giorno, però, non fu come gli altri. A un certo punto gli apparve la figura luminosa di un santo, il vescovo Cataldo, che promise al contadino di salvare la città da peste e carestia se avessero costruito un tempio a lui dedicato nel punto in cui i buoi sarebbero caduti a terra il giorno dopo. San Cataldo lasciò a Quirico anche un mantello, dicendogli che, se toccato, gli appestati sarebbero stati guariti. Il giorno dopo i buoi caddero avverando la profezia e la peste fu scacciata via. L’episodio è raccontato dal frate vescovo Francesco Gonzaga nel volume “De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus” del 1587. Per diversi secoli, almeno dal 1300 fino al 1800, l’ordine dei francescani ha avuto un ruolo molto attivo come guida spirituale e sociale a Corato.

E così i coratini resero grazie al vescovo irlandese che li aveva salvati dalla peste e dalla carestia. Lì dove i buoi erano caduti fu costruita una piccola chiesa (oggi non più esistente) dedicata al santo. Nel 1506 venne anche costruito un convento che costituisce oggi il palazzo del Comune, chiamato non a caso anche Palazzo San Cataldo. L’edificio, in origine, accoglieva i Frati Minori Osservanti (detti Zoccolanti) che dedicarono al santo la costruzione di una chiesa più grande, adiacente il convento, in cui celebrare al meglio il culto di Cataldo (l’attuale Incoronata, risalente al 1629 circa). Sebbene la devozione verso il vescovo irlandese fosse molto diffusa in città (già nel 1657 si era deciso di onorare il santo il 10 maggio), San Cataldo diventa il protettore ufficiale di Corato solo nel 1681 con il riconoscimento da parte della Congregazione dei Riti. Con la soppressione degli ordini religiosi nel 1809, i frati lasciarono la città e il convento, poi trasformato in municipio nel 1866 mentre la chiesa di San Cataldo scomparve definitivamente. Anche l’Incoronata fu abbandonata e, di conseguenza, il culto di San Cataldo si trasferì nel duomo della chiesa Matrice.

Affresco di San Cristoforo sulla volta della chiesa Matrice

Un altro patrono

Il patrono dimenticato: san Cristoforo

Lì dove storia e tradizione si fondono l’una con l’altra, si torna sempre indietro a quell’anno magico che fu il 1483. Alla calda estate in cui quel borgo contadino, Corato appunto, era attraversato da una terribile peste bubbonica. Prima di Cataldo e dell’apparizione a Quirico Trambotto, i coratini erano devoti a un altro santo patrono. San Cristoforo, martire cristiano in Licia (attuale Turchia) attorno al 250 d.C., celebrato generalmente nel mese di luglio. L’etimologia greca del nome ci restituisce il significato di portatore di Cristo, in particolare, secondo la leggenda, di Gesù bambino. Questo suo ruolo di “trasportatore” ha fatto sì che diventasse protettore dei pellegrini, dei ferrovieri, degli automobilisti e, prim’ancora, di coloro che muovevano carretti e traìni: i cosiddetti carrettieri e trainieri.

Figure molto presenti in una civiltà contadina e agricola come Corato in quei secoli. Inoltre Cristoforo ha tuttora una spiccata vocazione orientale, al pari, ad esempio, di San Nicola, Santa Maria Greca, Santa Lucia, altri santi noti in città. L’arrivo dei Normanni prima e dei Francescani poi sostituirono gradualmente il culto di Cristoforo con quello del vescovo Cataldo. Ad accelerare questo avvicendamento ci fu la peste del 1483 e l’apparizione miracolosa del santo irlandese che scacciò via quella devastante epidemia mortale. Un’impresa che, evidentemente, non riuscì a Cristoforo, il santo traghettatore. A Corato, in ogni caso, le tracce del santo sono visibili nei nomi di alcune aree di campagna (Pezza San Cristoforo, per esempio) e in una raffigurazione sulla volta della chiesa Matrice.

I riti durante l’anno

San Cataldo fa per tre

Il culto di San Cataldo si diffonde progressivamente a partire dal Seicento. Molte famiglie iniziarono a dare il nome del santo irlandese ai propri figli. L’atto ufficiale più lontano nel tempo della festa di San Cataldo arriva da un documento notarile del 1657 in cui si stabilivano le celebrazioni del patrono per la data dell’8 marzo, giorno della morte e il 10 maggio. Una data, quest’ultima, scelta non a caso visto che, secondo la tradizione, in quel giorno del 1071 venne ritrovata a Taranto la tomba del santo mentre si effettuavano gli scavi per la nuova costruzione della cattedrale. Decisivo, per la scoperta, fu il profumo che inebriò gli addetti e li condusse fino al luogo della sepoltura, in cui i resti di Cataldo avevano una crocetta d’oro celtica con l’incisione della parola Cataldvs.

Alla vigilia della festa bisognava osservare un giorno di digiuno prima della processione serale, dalla chiesa Madre all’Incoronata, con l’offerta di un cero di 20 libbre da depositare all’altare. Nel giorno del santo, subito dopo la Messa solenne, ecco la processione con il clero cittadino, le confraternite e i gruppi religiosi, le magistrature cittadine con il Battaglione armato. Parallelamente ai festeggiamenti si svolgeva, a partire dal 2 maggio, una fiera intercomunale di merci e alimenti. Una manifestazione del tutto simile alla fiera degli animali, come testimoniano alcuni documenti del 1868. Tra il 7 e il 9 maggio di quell’anno gli animali, tra cui cavalli e bovini, erano trasportati in centro e messi in vendita tra largo Plebiscito, piazza San Giuseppe e piazza Cesare Battisti. La tradizione di una fiera di San Cataldo è approdata fino ai giorni nostri, con le bancarelle in sosta sul Corso e la campionaria in esposizione alla villa comunale, da qualche anno però dismessa.

L’8 marzo, invece, si commemora il cosiddetto “Dies Natalis” della tradizione cristiana, ovvero il giorno in cui il santo morì a Taranto nel 685.  I detti popolari annunciavano la festa con l’imminente arrivo della bella stagione: “A San Gatalle èsse re fridde e trase re calle”.

Il momento centrale dei festeggiamenti di Cataldo è però il triduo fissato ad agosto. Un rito che viene fatto risalire agli inizi del Novecento quando il culto del santo coincideva con la festa dell’Assunta, a Ferragosto. Per qualche anno la festa è stata anche spostata di qualche settimana agli inizi di settembre, subito dopo la raccolta delle mandorle. Infine si è tornati solitamente alla destinazione della terza domenica di agosto, soprattutto per permettere il ritorno dei coratini emigrati all’estero negli anni dal secondo dopoguerra in poi.

I riti durante l’anno

San Cataldo fa per tre

Il culto di San Cataldo si diffonde progressivamente a partire dal Seicento. Molte famiglie iniziarono a dare il nome del santo irlandese ai propri figli. L’atto ufficiale più lontano nel tempo della festa di San Cataldo arriva da un documento notarile del 1657 in cui si stabilivano le celebrazioni del patrono per la data dell’8 marzo, giorno della morte e il 10 maggio. Una data, quest’ultima, scelta non a caso visto che, secondo la tradizione, in quel giorno del 1071 venne ritrovata a Taranto la tomba del santo mentre si effettuavano gli scavi per la nuova costruzione della cattedrale. Decisivo, per la scoperta, fu il profumo che inebriò gli addetti e li condusse fino al luogo della sepoltura, in cui i resti di Cataldo avevano una crocetta d’oro celtica con l’incisione della parola Cataldvs.

Alla vigilia della festa bisognava osservare un giorno di digiuno prima della processione serale, dalla chiesa Madre all’Incoronata, con l’offerta di un cero di 20 libbre da depositare all’altare. Nel giorno del santo, subito dopo la Messa solenne, ecco la processione con il clero cittadino, le confraternite e i gruppi religiosi, le magistrature cittadine con il Battaglione armato. Parallelamente ai festeggiamenti si svolgeva, a partire dal 2 maggio, una fiera intercomunale di merci e alimenti. Una manifestazione del tutto simile alla fiera degli animali, come testimoniano alcuni documenti del 1868. Tra il 7 e il 9 maggio di quell’anno gli animali, tra cui cavalli e bovini, erano trasportati in centro e messi in vendita tra largo Plebiscito, piazza San Giuseppe e piazza Cesare Battisti. La tradizione di una fiera di San Cataldo è approdata fino ai giorni nostri, con le bancarelle in sosta sul Corso e la campionaria in esposizione alla villa comunale, da qualche anno però dismessa.

L’8 marzo, invece, si commemora il cosiddetto “Dies Natalis” della tradizione cristiana, ovvero il giorno in cui il santo morì a Taranto nel 685.  I detti popolari annunciavano la festa con l’imminente arrivo della bella stagione: “A San Gatalle èsse re fridde e trase re calle”.

Il momento centrale dei festeggiamenti di Cataldo è però il triduo fissato ad agosto. Un rito che viene fatto risalire agli inizi del Novecento quando il culto del santo coincideva con la festa dell’Assunta, a Ferragosto. Per qualche anno la festa è stata anche spostata di qualche settimana agli inizi di settembre, subito dopo la raccolta delle mandorle. Infine si è tornati solitamente alla destinazione della terza domenica di agosto, soprattutto per permettere il ritorno dei coratini emigrati all’estero negli anni dal secondo dopoguerra in poi.

Celebrazioni a Torino

Cataldo patrono di (cora)Torino

Geograficamente si trova in Piemonte, ma moralmente potremmo considerare Torino città pugliese ad honorem. In migliaia sono partiti con la valigia di cartone al seguito da Bari e dintorni, soprattutto nel secondo dopoguerra, per trovare lavoro e fare fortuna sotto la Mole che negli anni ’50-’60 era soprattutto la città della Fiat. Tra i nostri corregionali emigranti c’erano tanti coratini, gli stessi che poi tornavano ad agosto per la festa patronale. D’altra parte il santo migrante Cataldo rispecchiava in pieno la loro storia. E così dal 2003 la statua d’argento del vescovo irlandese viene portata in giro per le strade del capoluogo piemontese grazie all’impegno dell’associazione “Quattro Torri”, presieduta da Peppino De Palma, che la lasciato Corato per Torino nel 1972.

Piazza San Carlo, piazza Castello, via Po e via Roma per un giorno (generalmente a metà giugno) si trasformano nello stradone di Corato, con la processione seguitissima dalla comunità di coratini in Piemonte. Al corteo partecipano ogni anno anche le autorità civili e religiose di Corato e Torino. “La nostra associazione, che oggi cammina con due gambe vista la presenza della comunità irpina torinese – spiega Peppino De Palmapuò contare sul sostegno di circa 3000 famiglie con origini coratine, quindi parliamo di 15mila persone mediamente coinvolte”.  Nel 2013 c’è stato il decimo anniversario della processione di San Cataldo a Torino, con la presenza del vescovo Pichierri. In quell’occasione per la prima volta fu portata la statua argentea del santo nel capoluogo piemontese.

Tre feste all’anno

Un santo per l’estate o di primavera?

Il ritorno dei forestieri a Corato per le vacanze ha portato, come abbiamo visto, alle celebrazioni in grande stile del santo patrono ad agosto. L’appuntamento dopo l’Assunta coincideva con una serie di momenti collaterali tipici dei giorni di San Cataldo: lo sfoggio del vestito buono per l’occasione, la possibilità per i giovani di far tardi fino alla notte, l’acquisto dell’equipaggiamento utile per la riapertura della scuola. Ma oggi gli stessi emigranti coratini tornano in città non solo in estate. In pochi anni la società è cambiata molto rapidamente e anche la festa agostana del patrono può sembrarci fuori tempo. D’altronde ormai non c’è più bisogno di aspettare il fine settimana di San Cataldo per permettersi quelle occasioni di svago tipiche di qualche decennio fa. E allora torna puntualmente la questione sul significato della festa d’agosto. Se non sarebbe il caso di tornare alle origini, concentrando le celebrazioni del vescovo irlandese al 10 maggio, data in cui a Taranto mille anni fa furono ritrovate le sue spoglie. Una data, suggeriscono alcuni, in cui far coincidere anche la grande fiera campionaria che si svolgeva fino a qualche tempo fa nei pressi della villa comunale. Giorni in cui sia la città jonica che Bari con San Nicola celebrano il loro santo patrono. Già sulle pagine dello Stradone dei primi anni Novanta rimbalzava la proposta di abolire la festa estiva riesumando, invece, le celebrazioni dell’Assunta del 15 agosto. Un dibattito che dura da anni: c’è da chiedersi, a questo punto, se siamo davvero disposti a rinunciare a una tradizione, quella agostana, che fa parte del dna del coratino.